Domande frequenti sull'architettura d'interni

Immagine: Frey & Frey AG

Architettura d'interni: tra creatività, enti pubblici e edilizia

 

L'architettura d'interni vive di creatività. Tuttavia, tra il primo schizzo e lo spazio finito si frappongono diverse fasi: procedure di autorizzazione, norme antincendio, diritto del lavoro, accessibilità, norme acustiche e la questione di chi, alla fine, ne sia responsabile. Rispondiamo a dieci domande rilevanti che i committenti ci pongono prima dell'avvio del progetto. Mettiamo in evidenza quali sono le insidie più comuni.

1. Quando è necessaria una licenza edilizia per i lavori di ristrutturazione interna?

La risposta dipende dal cantone, dal comune e dal tipo di intervento. In linea generale si può affermare che: semplici cambiamenti nell’arredamento, nuove tinteggiature, nuovi rivestimenti per pavimenti e la sostituzione di elementi non portanti non richiedono autorizzazione nella maggior parte dei cantoni. Tuttavia, non appena sono interessati elementi strutturali, viene modificata la destinazione d’uso (ad esempio da ufficio a studio medico), vengono modificati i compartimenti antincendio, vengono spostati gli impianti sanitari o viene interessata la facciata, è necessaria una domanda di costruzione. A seconda del cantone, anche le pareti in materiale leggero sono soggette ad autorizzazione. Nel Cantone di Berna si applica la Legge sull’edilizia (BauG), mentre nel Cantone di Zurigo la Legge sulla pianificazione e l’edilizia (PBG). Negli immobili commerciali è spesso possibile ricorrere a una procedura semplificata di notifica edilizia. Si raccomanda di effettuare una verifica preliminare tempestiva presso la polizia edilizia competente, idealmente in collaborazione con l’architetto o l’impresa generale, affinché eventuali richieste possano essere integrate per tempo nel calendario dei lavori.

2. Quali norme antincendio è obbligatorio rispettare durante i lavori di finitura interna?

Fa da riferimento la norma antincendio dell’Associazione delle assicurazioni cantonali contro gli incendi (VKF/AEAI), integrata dalle rispettive direttive antincendio. In particolare, occorre prestare attenzione alle vie di fuga (nella maggior parte degli usi, larghezza minima di 1,20 m), alla suddivisione in compartimenti antincendio, alla resistenza al fuoco delle porte (EI30, EI60, EI90), le classi di resistenza al fuoco delle superfici (tipicamente RF1 per i soffitti negli edifici adibiti a uffici), l’illuminazione di emergenza, i sistemi di evacuazione dei fumi e la separazione antincendio delle scale. In caso di cambiamenti di destinazione d’uso, spesso viene richiesto un piano antincendio aggiornato, che deve essere redatto da un tecnico certificato QSS e presentato e approvato nell’ambito della procedura di autorizzazione. Una trappola comune: gli elementi decorativi in legno nella zona della reception, che rientrano nei requisiti dell’Associazione svizzera di protezione antincendio (VKF) e devono essere certificati o trattati di conseguenza. Chi integra la protezione antincendio solo dopo aver definito il progetto di design, finisce per costruire due volte.

3. Quali sono i requisiti previsti dalla SECO e dalla legge sul lavoro per le postazioni di lavoro in ufficio?

La legge svizzera sul lavoro (LOL) e, in particolare, l’ordinanza n. 3 (OLOL 3) disciplinano gli standard minimi. Le linee guida della SECO relative all’OLOL 3 costituiscono uno strumento pratico di interpretazione. Sono rilevanti: l’altezza dei locali (almeno 2,50 m per il lavoro d’ufficio, 2,75 m per locali di superficie superiore a 100 m²), l’illuminazione (almeno 500 lux sul posto di lavoro, senza abbagliamento), luce naturale e vista sull’esterno (obbligatoria in caso di permanenza prolungata), clima interno (temperatura compresa tra 20 e 26 gradi in estate, almeno 21 gradi in inverno, umidità relativa tra il 30 e il 65 per cento), locali per le pause, servizi igienici separati a partire da un determinato numero di dipendenti. Questi standard non sono negoziabili e vengono verificati durante le ispezioni. Costituiscono la base su cui può fondarsi la libertà progettuale.

4. Qual è la superficie di ufficio obbligatoria per ogni dipendente e quale quella consigliabile?

L’ArGV 3 non indica una superficie assoluta in metri quadrati, ma richiede «spazio sufficiente per muoversi». Nella pratica si è affermato un valore indicativo compreso tra circa 8 e 10 m² per ogni postazione di lavoro fissa in un ufficio tradizionale. Nei moderni concetti di open space e desk sharing, la quota individuale diminuisce, mentre aumenta lo spazio destinato alle zone di incontro e di relax. Un valore complessivo realistico si attesta oggi tra i 12 e i 16 m² di superficie lorda per dipendente, comprese tutte le aree secondarie quali sale riunioni, angoli pausa, cabine telefoniche, magazzini e vie di accesso. Chi progetta con 6 m² a persona crea affollamento, ma rischia problemi di accettazione. Posti di lavoro disposti in modo troppo stretto e affollato possono compromettere la concentrazione e ridurre il benessere e le prestazioni dei collaboratori. Chi utilizza 20 m² spreca costosa superficie in affitto. Il punto di equilibrio ideale è determinato dal modello di lavoro scelto, non da una regola empirica.

5. Acustica. Il fattore di successo sottovalutato?

Sì, senza dubbio. La norma SIA 181 disciplina l’isolamento acustico nell’edilizia, stabilendo requisiti specifici per l’isolamento acustico aereo, da calpestio e da rumore. Nell’allestimento degli interni è importante anche l’acustica degli ambienti, ovvero il tempo di riverbero, l’intelligibilità del parlato e il livello di rumore. Gli open space privi di misure acustiche raggiungono tempi di riverbero di 1,5 secondi e oltre. In tali condizioni, lavorare con concentrazione diventa di fatto impossibile. L’obiettivo è compreso tra 0,4 e 0,6 secondi. È possibile migliorare l’acustica degli ambienti ricorrendo a elementi di soffitto fonoassorbenti, pannelli tessili per pareti, moquette, arredi con superfici fonoassorbenti e una suddivisione mirata in zone. Negli studi di consulenza, negli studi legali e negli studi medici, la riservatezza delle conversazioni rappresenta inoltre un fattore giuridico. L’acustica deve essere presa in considerazione sin dalle prime fasi di progettazione, non solo in fase di collaudo finale.

6. A quale ambito si fa riferimento quando si parla di “New Work”?

Il New Work non è un catalogo di mobili, ma un approccio. Dal punto di vista spaziale, questo si traduce in quattro elementi: zone basate sulle attività (concentrazione, collaborazione, relax, scambio informale), libertà di movimento senza assegnazione fissa dei posti, continuità tecnologica (sistemi di prenotazione, sale per videoconferenze, acustica) e varietà atmosferica. Un concetto di New Work ben realizzato non ha un unico aspetto, ma offre diversi ambienti chiaramente identificabili, tra i quali i collaboratori possono spostarsi autonomamente. Altrettanto importante è l’integrazione con lagestione del cambiamento: se il personale non comprende perché la postazione di lavoro tradizionale venga eliminata, anche il miglior progetto di spazi fallirà. Raccomandiamo di sviluppare il progetto degli spazi e la comunicazione di accompagnamento in parallelo, non in sequenza.

7. Cosa significa concretamente “architettura esperienziale”?

L’architettura esperienziale èun’architettura d’interni che non solo è funzionale, ma suscita anche una risonanza emotiva. Essa traduce l’identità di un marchio o di un’istituzione in un’atmosfera che si può vivere nello spazio. In concreto: una compagnia assicurativa che è sinonimo di affidabilità progetta la propria area reception in modo diverso rispetto a una start-up che punta sull’agilità. Una clinica privata che vuole trasmettere fiducia utilizza materiali diversi rispetto a un operatore low cost. L’architettura esperienziale è rilevante ovunque gli spazi abbiano una funzione comunicativa: aree di accoglienza, showroom, centri visitatori, spazi di vendita, sale per eventi e zone di ospitalità. Si traduce in riconoscibilità, tempo di permanenza e reputazione positiva. L’investimento non risiede in genere in materiali più costosi, bensì nella qualità della progettazione.

 

La legge sulla parità di trattamento delle persone con disabilità (BehiG) impone che gli edifici accessibili al pubblico e quelli con più di 50 posti di lavoro siano privi di barriere architettoniche. La norma SIA 500 specifica: accesso senza gradini, larghezza delle porte a partire da 80 cm, ascensore con dimensioni minime di 1,10 x 1,40 m, ausili di orientamento tattili e visivi, servizi igienici accessibili con sedia a rotelle dotati di spazi di manovra definiti, comandi posizionati ad un'altezza compresa tra 80 e 110 cm. Nei condomini e negli edifici commerciali, l’accessibilità viene verificata già in fase di richiesta di concessione edilizia. Gli adeguamenti successivi sono di norma costosi e comportano compromessi dal punto di vista progettuale. Chi tiene conto dei requisiti fin dall’inizio, li integra in modo discreto nel progetto complessivo. Una buona accessibilità si riconosce dal fatto che non salta all’occhio.

9. Lavori di ristrutturazione effettuati dal locatario nell’ambito di un contratto di locazione commerciale. Chi è responsabile di cosa e cosa rimane dopo il trasloco?

La regola di base: ciò che l’inquilino installa, deve smontarlo al momento del trasloco, salvo diversamente concordato. Tale obbligo deriva dall’art. 267 CO. Nella pratica, raccomandiamo di chiarire per iscritto con il locatore tre punti prima dell’inizio dei lavori di ristrutturazione interna, specificandoli in un protocollo d’intesa. Primo: quali elementi fissi rimangono nell’immobile (che ne mantengono o ne aumentano il valore) e quali devono essere rimossi. Secondo: quale parte si fa carico di quali costi. Una ripartizione dei costi comunemente adottata è 50/50 per gli investimenti che aumentano il valore, ma può variare previo accordo. Terzo: quale obbligo di ripristino si applica alla fine del contratto di locazione. Senza questo chiarimento, si rischiano controversie con conseguenze finanziarie significative. Si raccomanda vivamente di documentare fotograficamente lo stato dell’immobile al momento della consegna, sia prima che dopo i lavori di ristrutturazione.

10. In che modo i progettisti generali, gli appaltatori generali e gli appaltatori totali riducono i rischi tipici dei progetti?

In un appalto classico a singola aggiudicazione, il committente incarica separatamente i progettisti e le imprese esecutrici. Ciò comporta la creazione di numerosi punti di interfaccia che devono essere coordinati e che possono portare a responsabilità poco chiare, ritardi o costi aggiuntivi. Un progettista generale riunisce e coordina le diverse discipline progettuali. Un appaltatore generale si occupa dell’esecuzione sulla base di una progettazione esistente e coordina i vari settori di attività coinvolti. Un appaltatore totale unisce progettazione ed esecuzione in un unico incarico complessivo. La scelta del modello più adatto dipende dallo stato di avanzamento del progetto e dalle esigenze del committente. Il progettista generale riduce i punti di interfaccia nella fase di progettazione, mentre l’appaltatore generale li riduce nella fase di esecuzione. L’appaltatore totale offre l’integrazione più completa di entrambi i settori. Grazie a competenze chiaramente definite, a un numero ridotto di partner contrattuali diretti e a processi coordinati, è possibile ridurre errori di progettazione, problemi di coordinamento, ritardi nelle scadenze e costi aggiuntivi imprevisti. I presupposti per ciò sono un ambito di prestazioni chiaramente definito, standard di qualità vincolanti, percorsi decisionali brevi e una gestione trasparente delle modifiche.

Conclusione

Le dieci domande dimostrano che la ristrutturazione degli interni non è un progetto creativo con qualche vincolo edilizio secondario, bensì un progetto edilizio soggetto a normative con aspirazioni creative. Chi inverte l’ordine e antepone l’estetica al capitolato d’appalto rischia costosi cicli di correzione. Frey & Frey AG vi accompagna in qualità di appaltatore totale o generale dalla prima idea concettuale, passando per le procedure di autorizzazione, fino al collaudo finale, con oltre quarant’anni di esperienza, una propria falegnameria, una propria divisione di grafica pubblicitaria e una propria logistica a Flamatt. Parliamo del vostro progetto.

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